L'editoriale

Piazza senza festa

Scritto il

Bomba o non bomba arriveremo a Roma. Così scriveva e cantava sulla fine degli anni ’70 Antonello Venditti. Devo dire, in un altro contesto e con altri riferimenti storici, e mi sono trattenuto anche qui, sulla protesta dei trattori che pure a Roma ci sono arrivati, di fare il titolo La marcia su Roma. Soprattutto in un Paese che vede l’ombra e l’angoscia del fascismo in ogni luogo e in ogni anfratto, in ogni ombra, in ogni citazione, in ogni sillaba, anche lì dove non c’è.

E mi sono anche trattenuto dal titolare, o da fare riflessioni sulla protesta dei trattori e degli agricoltori, più precisa in realtà come slogan, a Sanremo. Non voglio discutere se sono solo canzonette, e qui un’altra citazione di un altro nostro cantautore celebre ovvero Bennato, oppure no. Sanremo da sempre è una grande ribalta per tutti, per chi la fa e per chi ci va. Non voglio discutere di Amadeus zappatore, delle radici agricole di Amadeus… sono tutti temi che ci portano fuori tema.

Il tema e il senso di questa protesta cerchiamo di precisarli noi che siamo un settimanale economico politico, quindi in primis e per primi, diciamo, in un certo senso, di gerarchia editoriale. È una protesta nazionale e comunitaria, una protesta che ha dei tratti comuni in tutta l’Unione europea. L’oggetto è la politica agricola dell’Unione europea, soprattutto quella dizione, quelle due paroline inglesi Green Deal, e cioè il processo di transizione ecologica che si deve svolgere a tappe forzate e anche con norme molto discutibili, soprattutto entro una certa data, il 2030. Questo processo, l’abbiamo detto tante volte e l’abbiamo detto in tanti, è inevitabile su un piano storico complessivo, ma forse va fatto con più attenzione a tutta una serie di problemi, soprattutto va fatto non come un editto o come una tavola del Sinai in versione green, diciamo così, per essere un po’ provocatori e senza che nessun nostro lettore di fede cattolica o cristiana si offenda.

Erano in discussione le politiche europee e l’Europa si è rimessa in discussione. Da questo il nostro titolo (retro)marcia. Ursula von der Leyen, in odore di campagna elettorale e di rielezione, ha pensato bene di concedere una cosa molto importante che è quella, diciamo, di rivedere il piano dell’abolizione dei cosiddetti pesticidi, per farla breve, appunto entro il 2030. Ma, insomma, complessivamente tutta la trasformazione ecologica pone per gli agricoltori di tutta Europa un problema anche su altre questioni, attrezzarsi di mezzi per la sostenibilità, il rapporto con i costi che sono aumentati e l’energia, il rapporto con la tassazione e le norme.

Quest’ultimo aspetto, quello delle norme della tassazione o della burocrazia, è forse il sale specifico della protesta italiana: farsi ridare quelle agevolazioni sull’Irpef che sono state tolte in questa legge di bilancio e che erano state introdotte nel 2016 con il governo Renzi, in un’altra congiuntura sia europea sia mondiale, con il danaro che costava praticamente nulla, senza i conflitti e senza soprattutto il ritorno alle leggi dell’austerità che in questo momento, finito il Covid, sono molto importanti per tutta l’Unione Europea.

E allora il governo riconcederà questi sgravi, qualcuno è d’accordo, qualcuno no. Poi certo rimane un’ultima riflessione, questa invece un po più allargata: questa protesta dei cosiddetti trattori non è piaciuta al mainstream. Viene descritta sempre in toni quasi di sopportazione, a differenza, ad esempio, delle proteste che vengono fatte in piazza – anche doverosamente – per difendere i diritti dei palestinesi, proteste che spesso però finiscono con le bandiere israeliane bruciate, e questo non va bene. L’antisemitismo che diventa una sorta di effetto indesiderato di una protesta anche giusta per difendere i diritti giusti, non va bene.

Ma su quelle proteste, appena si dice: no non le fate, scatta il mainstream politically correct che dice: guardate, censura e democrazia in pericolo! Sugli agricoltori, che pure in Italia spesso sono protagonisti di una filiera importante di Pmi importanti nei vari territori, c’è stato uno sguardo quasi di fastidio, si è voluto insinuare che ci fossero interessi di corporazione, alla fine le loro ragioni non erano poi così chiare. Segno che, in effetti, nel nostro Paese, tra chi produce veramente e chi fatica per tenere in piedi le aziende e la sensibilità complessiva dei media e della politica, secondo me c’è ancora oggi una grande distanza.