La Settimana Internazionale

Iran: tra rivolte e repressione fallisce l’espansionismo del regime

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di Federico Bosco

Le rivolte della popolazione iraniana e la violenza della repressione del regime degli ayatollah riportano il Medio Oriente al centro dell’attenzione di esperti, analisti, e imprese che guardavano con interesse le possibilità di apertura di un Paese da 86 milioni di abitanti dotato di grandi riserve di gas naturale e petrolio. Lo scontro in corso in Iran è in parte la continuazione della battaglia secolare tra modernisti e tradizionalisti della società iraniana, e in parte la conseguenza di un inasprimento delle condizioni di vita in una delle economie più sanzionate del mondo che, nonostante le potenzialità, non vede prospettive di miglioramento a causa dell’oltranzismo della leadership.

Rispetto agli altri Paesi della regione l’Iran ha un sistema istituzionale unico nel suo genere, che all’interno di un perimetro politico controllato prevede comunque delle elezioni contese.

Al vertice della Repubblica islamica infatti c’è l’intoccabile leader supremo Ali Khamenei, successore di Khomeini, ma sotto di lui ci sono un presidente e un parlamento eletti da un sistema in cui le diverse fazioni “autorizzate” si contendono il consenso. Ciò è dovuto alla doppia esigenza con la quale l’élite della rivoluzione islamica del 1979 dovette confrontarsi: segnare la differenza rispetto all’epoca dello Shah cercando una forma di governo diversa dalla monarchia, ma al contempo garantire la supremazia del clero islamico sul governo.

Pertanto, da quando nel 1997 iniziò a emergere un movimento di riforma una parte degli iraniani lo ha sostenuto. Nel 2020 però, durante il secondo mandato del presidente moderato Hassan Rouhani, le elezioni parlamentari hanno segnato la fine di un’era. Il Consiglio dei Guardiani della rivoluzione – che controlla e autorizza tutti i candidati – decise di escludere centinaia di riformisti e moderati. Nelle elezioni presidenziali dell’anno successivo, i candidati che potevano minacciare la vittoria dell’oltranzista Ebrahim Raisi erano stati esclusi in partenza, e per la prima volta dai tempi di Khomeini tutti e tre i rami del potere sono finiti nelle mani dei conservatori oltranzisti.

L’affluenza alle urne che ha portato al potere Raisi è stata la più bassa nella storia della Repubblica islamica: meno del 50 per cento degli aventi diritto. Gli iraniani non credevano più nella capacità del regime di riformarsi, la fiducia e la speranza in una trasformazione pacifica erano svanite.

Con Raisi gli oltranzisti hanno dilagato. La famigerata polizia della morale è diventata sempre più violenta nell’imporre il codice di abbigliamento alle donne che non indossavano correttamente l’hijab. La corruzione diffusa, l’inflazione, la disoccupazione e la mancanza di libertà sociali e politiche hanno aggravato costantemente il malcontento. L’insistenza di Khamenei nel mantenere la posizione più intransigente sul programma nucleare ha portato all’imposizione di decine di sanzioni internazionali e statunitensi, che insieme alla crisi da Covid-19 hanno impoverito ulteriormente milioni di iraniani, esacerbando la situazione.

All’Iran serviva solo un innesco per esplodere, ed è arrivato con la tragica morte di Masha Amini, picchiata selvaggiamente dalla polizia perché non indossava correttamene l’hijab e morta pochi giorni dopo. Negli ultimi vent’anni in Iran ci sono state diverse proteste: nel 2009 dopo la rielezione del conservatore Mahmoud Ahmadinejad (considerata irregolare), nel 2011-2012 durante le primavere arabe, e nel 2019 con l’aumento dei prezzi del carburante in un paese pieno di gas e petrolio. Ogni volta la repressione è stata violenta, e ogni volta sono morte centinaia di persone. Ma mentre in passato le proteste erano concentrate a Teheran, la rivolta delle donne si è diffusa rapidamente in 160 città in tutte le 31 province del Paese, diventando la più grande sfida che il regime abbia mai visto dalla sua esistenza.

È la prima volta che al centro delle proteste c’è uno dei pilastri dell’autorità e dell’identità politico-religiosa dell’Iran: il velo.

Raramente il leader supremo Khamenei è stato insultato così direttamente dai manifestanti, che mirano a desacralizzare la sua posizione. Per questo il regime, già segnato dai dissidi interni, ha il timore di un arretramento: se cade un tassello cadono tutti gli altri, come le tessere del domino. Allo stesso tempo però il movimento di protesta è senza leader, e questo lo rende vulnerabile. Alcune delle rivolte della primavera araba sono state un modello per i movimenti senza leader, ma anche un esempio di come i vuoti di potere possono far crollare rapidamente le speranze di una nuova era. Persino la Tunisia, culla e gioiello della primavera araba, oggi è caduta in una forma di autocrazia.

La rivolta, al di là dell’esito, rappresenta anche il fallimento delle mire espansionistiche dell’Iran. Negli ultimi dieci anni Teheran è stato un attore aggressivo del Medio Oriente. Con l’intervento in Siria e Iraq contro lo Stato islamico ha cercato di espandersi fino a costruire un “corridoio sciita” che portasse le sue milizie nel Mediterraneo e alle porte di Israele, suo nemico giurato, mentre con il sostegno alle milizie Huthi nello Yemen esercita pressione sull’Arabia Saudita, minacciando di colpire i suoi impianti petroliferi. Il risultato di questa politica però è un’alleanza tra israeliani e monarchie arabe del Golfo, uno scenario impensabile fino a pochi anni fa.

Adesso l’Iran ha anche scelto di schierarsi attivamente con la Russia nella guerra contro l’Ucraina e l’Occidente, un’alleanza che promette nuovi conflitti e nuove guerre. Ma in questi anni la capacità della Repubblica islamica di destabilizzare il Medio Oriente si è ridotta invece di aumentare, e oggi il regime iraniano preoccupa più per le conseguenze di una sua implosione che per la capacità di espandere la propria influenza nei Paesi vicini.