Le opinioni

L’ingenuo ChatGPT confessa: «Ho scritto io le tesi»

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di Umberto Rapetto – Generale Gdf – già comandante Nucleo Speciale Frodi Telematiche

Con l’avvento della incontrollata applicazione dell’intelligenza artificiale, dovremo abituarci a non stupirci più di nulla. A farcelo capire è il bizzarro episodio accaduto alla Texas A&M University, dove un professore ha deciso di bocciare più della metà dei suoi studenti ritenendo che avessero utilizzato ChatGPT per redigere i loro elaborati di fine corso.

Viene da chiedersi come possa aver avuto modo di scoprire l’eventuale impiego di quella piattaforma e una simile curiosità non assale solo chi svolge attività di docenza e frequenta passivamente le aule scolastiche, ma attanaglia la vasta platea di chi segue con passione l’evoluzione tecnologica di questi ultimi tempi. La risposta al dubbio in questione è fin troppo scontata. Il “prof” ha semplicemente chiesto a ChatGPT se i singoli lavori presentati fossero per caso opera sua.

Di questa infernale piattaforma si è detto tutto, ma nessuno ha avuto il coraggio di definirla “paracula”. L’espressione scurrile è quella che meglio affresca il contesto perché ChatGPT non disdegna di vantare presunti meriti come attribuibili alle proprie elaborazioni. E così è stato anche questa volta.

Facciamo virtualmente un salto a College Station, dove ha sede la Texas A&M che è la quarta più grande università degli Stati Uniti con un campus che si estende per oltre 2.240 ettari.

Il protagonista della vicenda insegna “Agricoltura” ma è anche istruttore di “Rodeo” e quindi è abituato a interlocutori facili a imbizzarrirsi. Jared Mumm, questo il suo nome, qualche giorno fa ha inviato una e-mail a un gruppo di studenti informandoli che aveva assegnato i voti per gli ultimi tre compiti del semestre. Mumm ha scritto di aver copiato e incollato i testi in ChatGPT e di aver chiesto chi li avesse generati.

Tutti avrebbero ricevuto una “X” perché – una volta interpellato – il “chatbot” avrebbe affermato di aver creato ogni lavoro sottoposto al suo vaglio e di aver controllato ben due volte prima di rispondere. Il docente a questo punto ha comunicato di essere disponibile a dar luogo a una sessione di recupero ma qualche suo “scolaro”, sentendosi indebitamente accusato di un comportamento a lui estraneo, ha deciso di protestare e di rendere pubblica la faccenda così da salvare il proprio percorso verso la laurea.

Le legittime lagnanze prendono spunto dal fatto che ChatGPT non è stato congegnato per eseguire riscontri di questo tipo e le tecniche di rilevamento dei plagi passano per altre strade e attraverso il ricorso a strumenti specifici come Winston AI e Content at Scale (gli studenti pigri, furbi o anche solo “copioni” sono avvisati…).

ChatGPT quindi ne esce sbugiardato e la circostanza dovrebbe far riflettere chi lo ritiene una sorta di panacea. Ad abundantiam, uno studente ha chiesto a ChatGPT se fosse stata proprio quella piattaforma a scrivere la e-mail del professor Mumm e il chatbot ha replicato con un incredibile “ovviamente sì” che ha smascherato la inattendibilità di certe risposte del sistema. Questa e altre dimostrazioni empiriche fatte immediatamente a ridosso del severo verdetto hanno indotto la direzione dell’Università texana a confermare che tutti gli studenti hanno brillantemente superato le rispettive prove e sono stati – è ovvio – scagionati da qualsivoglia addebito di disonestà.

La storia deve essere di insegnamento e indurre a una maggior cautela nell’affidarsi a quel che il progresso ci regala senza aver mandato in pensione il vecchio adagio secondo il quale non è tutto oro quel che luccica.