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L’ombra che segue l’anziano: così si passano le competenze

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di Antonio Dini – Giornalista e scrittore

La scorsa settimana ho finito di guardare la prima stagione di Silo, serie tv di fantascienza distopica su Apple Tv+.

La storia ha luogo in un gigantesco silos sotterraneo di 140 livelli nel quale vivono sigillate da generazioni ventimila persone, senza idea di cosa sia successo al mondo esterno. La società dentro il silo si regge su equilibri precari. La serie tv è tratta da una trilogia di romanzi di Hugh Howey.

Per flettere il muscolo dell’inglese, l’ho guardata in lingua originale. Un termine ricorrente era quello delle shadows, ombre. L’ombra è chi deve seguire qualcun altro di più anziano ed esperto per impararne il mestiere: medico, sindaco, meccanico, giudice. Apprendista e studente al tempo stesso, perché nel silo non ci sono le opportunità di formazione tradizionale che abbiamo noi.

Inutile dire che, al di là della storia godibile, questo particolare mi ha fatto pensare. Il job shadowing esiste realmente: è un tipo di apprendimento sul posto di lavoro che può essere fatto dai neoassunti, da chi deve far crescere la propria carriera o anche da chi deve sviluppare le qualità della leadership di domani. È una pratica codificata nel mondo anglosassone. Da noi si fa ma in modo irregolare, tanto che non c’è una parola precisa per indicarla. Le parole sono fondamentali, definiscono le idee e permettono di pensarle: non avere una parola per dirlo, sosteneva Wittgenstein, non permette di pensarlo.

La cosa che mi ha colpito, però, è quanto una parola possa diventare centrale al funzionamento di una società. I ventimila che da generazioni vivono chiusi nel silo, senza accesso ai manufatti del passato o alla loro storia, si sono dovuti adattare a dei cambiamenti radicali. Hanno dovuto trovare un modo per far sopravvivere un piccolo reparto medico e una maternità, l’amministrazione e competenze di manutenzione e riparazione, la giustizia.

In mancanza di corsi di laurea e di master, lo shadowing è diventato la cinghia di trasmissione che fa passare la conoscenza e garantisce il funzionamento dei processi. Crea anche i leader di domani, perché viene usata per selezionare chi diventerà il prossimo capo di un reparto o di un’area.

La forza dei romanzi di Hugh Howey non è solo in questo particolare, però la letteratura fantascientifica è sempre interessante perché ci permette di fantasticare su un “what if”: cosa succederebbe se ci trovassimo in una situazione estrema come quella del silo? In questo caso l’idea dei prigionieri del silo senza sapere neanche il perché, con una claustrofobica mancanza di informazioni e con un rischio di collasso delle competenze, secondo me spiega bene il periodo storico che stiamo attraversando. Oggi le organizzazioni vivono in stato di costante shock: c’è tantissimo rumore e mancano le informazioni importanti. I mercati sono completamente imprevedibili. I cigni neri si susseguono: pandemia, guerra, collasso della logistica, tassi alle stelle, ChatGPT, metaverso, Cina. Chi deve prendere le decisioni, a qualsiasi livello, scopre che i manuali studiati a scuola non sono già più validi.

Ma la cosa più grave è che il passaggio del testimone fra generazioni non sta affatto avvenendo come dovrebbe. Invece di avere dei giovani che fanno da ombre dei più esperti, noi tagliamo, prepensioniamo, delocalizziamo, automatizziamo. Stravolgiamo le strutture digitalizzandole e spostiamo le persone per eliminare i costi. Così facendo, però, eliminiamo anche competenze ed esperienza.

Il patrimonio si perde. Nel 2020 in Italia c’erano 4 milioni 354mila imprese attive, con 17 milioni e 138mila addetti. Ma il saldo delle imprese era passivo: -8%. Ne chiudono più di quante ne aprano, e comunque ne aprono meno che in passato. Come il tasso di natalità del nostro Paese, peraltro.

Questo mi fa pensare che se fossimo noi dentro al silo avremmo scelto la strategia sbagliata. Anche se disfunzionali, i ventimila di Hugh Howey un modo ingegnoso per sopravvivere l’hanno trovato. Noi mica tanto.