Sostenibilità

Il succo della moda, tessuti di lusso dagli scarti delle arance

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di Lorenza Resuli 

Nel 2012 due giovani donne catanesi si incontrano a Milano. Adriana, studentessa di moda, accarezza un sogno un po’ folle, che potrebbe rivelarsi un’idea geniale: creare tessuti riciclando gli scarti dei preziosi frutti della sua terra. Enrica, esperta in comunicazione e cooperazione internazionale dall’anima green, ci crede, ne intuisce le potenzialità e trasforma l’idea in progetto concreto.

La spinta iniziale è stata la volontà di trasformare quello che era percepito come un problema, lo scarto della spremitura delle arance, in un pregiato prodotto made in Italy.

Ricorda Enrica Arena, attuale CEO di quella che nel 2014 è diventata la startup Orange Fiber.

Eravamo nel posto giusto al momento giusto. A Milano si stavano muovendo i primi passi nel mondo delle startup non solo in ambito digitale, ma anche nel food e nella moda. E proprio lì ci sarebbe stato Expo 2015.

L’ecosistema è favorevole, ma l’inizio in salita, molto teorico. Era davvero possibile, infatti, ricavare tessuti dalle arance?

Lo studio sulla fattibilità di estrarre dal sottoprodotto degli agrumi una cellulosa con cui creare un materiale tessile è stato condotto insieme al Politecnico di Milano e ha portato a un brevetto depositato in Italia e poi esteso a Pct internazionale.

Racconta la giovane imprenditrice. Dalla teoria alla pratica. «Insieme ad altri partner, come il Parco tecnologico Pagano e Trentino Sviluppo, abbiamo iniziato subito a lavorare ai prototipi», che debuttano all’Expo Gate di Milano in occasione della Vogue Fashion’s Night. Siamo nel 2014, la produzione pilota è avviata, nuovi soci investitori portano ossigeno alle finanze e la neonata startup può decollare.

Con una sede a Catania, per permetterci di stare vicini alle arance, e una in Trentino, dove abbiamo trovato un grande supporto nella parte di business planning e di strutturazione dell’impresa.

E i risultati non tardano ad arrivare. Il 2015 si chiude con l’apertura in Sicilia del primo impianto per l’estrazione della cellulosa da agrumi, la vittoria del Global Change Award e l’inizio della collaborazione con il marchio H&M, nonché con la comparsa della prima produzione di tessuto. Che non passa inosservata a brand e stilisti: il più lungimirante è Salvatore Ferragamo, che nel 2017 lancia la prima collezione di capi prodotti con l’esclusivo tessuto Orange Fiber.

Una collaborazione che ci ha dato una grande visibilità, ma eravamo ancora piccoli.

La crescita dell’impresa riceve un’accelerata nel 2019 quando, per sviluppare ulteriormente la produzione e soddisfare la domanda di nuovi brand, viene lanciata una grossa campagna di equity crowfunding con l’obiettivo di raccogliere 250mila euro. Ne piovono ben 650mila da 365 investitori diversi, “costringendo” alla chiusura anticipata per overfunding.

Insieme a nuovi capitali arriva la collaborazione con lo storico brand napoletano Marinella, insieme al quale Orange Fiber crea una capsule collection, ma anche premi e riconoscimenti per una moda etica che piace sempre di più e che merita sostegno: l’Ideas 4 change award delle Nazioni Unite, gli Mf supply chain awards, il Social innovation tournament dell’Istituto della Banca Europea per gli Investimenti, il Premio Giovani imprese Altagamma, solo per citarne alcuni. E, a novembre 2021, la vittoria della Vogue Yoox challenge, che ha portato alla prima collezione dedicata all’homeware, la 8 by Yoox.

Il cambio di passo è avvenuto proprio nel 2021 quando abbiamo ufficializzato la partnership con l’austriaca Lenzing group, che ci ha aiutato a rendere più sostenibile il prodotto tessile finale, sostituendo una parte della cellulosa di legno con quella prodotta dal pestazzo. – spiega Enrica Arena – Questa collaborazione ci ha permesso di portare nel 2022 i primi campioni di tessuto alle fiere tessili.E a tenere a battesimo la collezione di tessuti realizzata con la nuova fibra di lyocell a marchio Tencel. Dalla Sicilia, all’Austria e a… Clusone. È durante questo viaggio a tappe che l’arancia si trasforma magicamente in filato.

Dalla Boniser, azienda agrumaria nostra “vicina di casa”, prendiamo la maggior parte del pestazzo che il nostro impianto di Catania trasforma subito in cellulosa, inviata poi in Austria alla Lenzing per diventare fibra. Questo fiocco torna, infine, in Italia, alla Pozzi Electa di Clusone, dove viene trasformato in filato, venduto ai brand o gestito direttamente da noi attraverso le nostre tessiture partner. Fino a ora abbiamo sviluppato una cinquantina di tessuti – dice l’imprenditrice con orgoglio.

Processi produttivi ovviamente sostenibili, perché Orange Fiber fa anche parte dell’ecosistema di LifeGate Way, la controllata di LifeGate che si occupa di startup sostenibili e partner di Orange Fiber per gli assessment di sostenibilità, verificata periodicamente e in continuo working progress.

La “sostenibilità”, però, non dipende solo dai processi produttivi ed Enrica Arena lo sa bene.

Il nostro obiettivo finale è sensibilizzare i clienti finali, che non sono solo semplici consumatori, ma anche veri e propri “investitori”. Quando entrano in un negozio e acquistano in modo consapevole un determinato capo danno un segnale al brand prescelto che quel capo ha un mercato. La loro scelta, cioè, si riflette sulla produzione che quel marchio seguirà negli anni a venire. I brand vanno verso la sostenibilità nella misura in cui i loro clienti la appoggiano – spiega l’imprenditrice.

Ma come la mettiamo con i costi generalmente più alti della moda “sostenibile”?

Un cappotto di una certa fattura può essere anche molto costoso, ma se lo indosso per 20 anni, a livello di singolo utilizzo costerà molto meno di un cappotto trendy più economico che dopo un anno butto via. E che magari produrrà uno scarto tessile difficile da smaltire per la presenza di materiali non riciclabili, come il poliestere.

Il messaggio di Orange Fiber è chiaro: ognuno di noi dovrebbe imparare a riconoscere i propri capi di abbigliamento e la filiera che li ha creati, privilegiando prodotti che siano senza tempo e riciclabili.

Un po’ più cari, magari, ma praticamente eterni.

Dalla cooperazione internazionale alla moda verde

L’attuale Ceo di Orange Fiber non ha ancora 40 anni, ma un’esperienza e una lungimiranza da imprenditrice navigata. Catanese doc, dopo una laurea in Cooperazione internazionale per lo sviluppo e la comunicazione si fa le ossa con varie esperienze nell’ambito della comunicazione non-profit, scoprendo la passione per l’imprenditoria sociale.

La mia formazione universitaria e lavorativa è sempre stata indirizzata a fare qualcosa che avesse un valore e un significato profondo. La stessa filosofia che ho seguito per realizzare l’idea di Orange Fiber, cercando di renderla interessante, ma soprattutto concretamente sostenibile – dice Enrica Arena.

Quello che mi sprona a lavorare è il grande potenziale che è stato sviluppato con questa azienda: cambiare la percezione del nostro ruolo nei confronti della moda. Diventare attori e fare delle scelte che rispecchino non solo la nostra identità estetica, ma anche valoriale. Quando tutti gli attori della filiera si mettono insieme e decidono di imboccare la strada della sostenibilità investendo, il cambiamento accelera.

Enrica ha un padre spirituale: l’imprenditore “ribelle” Yvon Chouinard, fondatore del marchio Patagonia e autore del famoso Let my people go surfing.

Lui l’ha creato insieme ai suoi amici perché sperava che questo lavoro permettesse a tutti loro di continuare a coltivare parallelamente le loro passioni. Anch’io spero di creare un’azienda con un impatto su chi ci lavora e capace di attrarre sempre nuove energie umane. Voglio essere un amplificatore di quelle idee.