"Facciamo una bella cosa: noi cancelliamo il vincolo dei due anni, ma per il passato dimentichiamo quello che è successo e mettiamoci una bella pietra sopra e non pensiamoci più"
Ridotta all’osso è questa la proposta che il governo ha in mente per risolvere la spinosissima questione dell’assegno unico in favore dei figli degli stranieri che ha aperto un solco di ostilità tra Roma e Buxelles. Le risposte dell’Italia “sono state insufficienti” ha fatto sapere la commissione alcune settimane fa. E, dopo la messa in mora e un ulteriore avvertimento, l’Europa ha deciso di trascinare il governo di Giorgia Meloni e una delle misure cardine direttamente davanti alla Corte di giustizia Ue con l’accusa di “discriminazione”. La prestazione sociale, nella tesi di Palazzo Berlaymont, viola i diritti dei lavoratori expat provenienti dal resto del continente che non possono beneficiarne se non risiedono per almeno due anni sul territorio italiano o se i loro figli non soggiornano lì. E il deferimento – inserito tra le infrazioni mensili Ue – non è l’unica contesa legale a colpire l’Italia, finita nel mirino anche per la mancata trasposizione completa della direttiva quadro rifiuti nell’ordinamento nazionale. In un maxi-pacchetto di procedure tirato fuori dai cassetti prima della pausa estiva, Palazzo Berlaymont ha inviato ai Ventisette 86 lettere di costituzione in mora e 34 pareri motivati. La squadra di Ursula von der Leyen ha poi deciso di deferire 14 casi ai giudici di Lussemburgo. E tra questi c’è, appunto, il dossier sull’assegno unico e universale per i figli a carico. Tagliando fuori i lavoratori mobili europei, nel giudizio dell’Ue, lo schema italiano è discriminatorio e in contrasto con il principio della parità di trattamento che deve essere applicato “senza alcuna distinzione basata sulla nazionalità”.
I lavoratori esteri provenienti dal resto d’Europa “che contribuiscono allo stesso modo al sistema di sicurezza sociale e pagano le stesse tasse dei lavoratori locali hanno diritto alle stesse prestazioni di sicurezza sociale”, sottolinea la Commissione europea, ricordando anche che nel regolamento Ue sul coordinamento della sicurezza sociale è proibito esigere “qualsiasi requisito di residenza per ricevere prestazioni di sicurezza sociale come le prestazioni familiari”. Tutte contestazioni che Bruxelles aveva già avanzato aprendo la procedura contro Roma a febbraio 2023 e ribadendo nove mesi più tardi la sua posizione con un parere motivato. La risposta italiana però non ha placato le preoccupazioni: da qui la decisione di andare in tribunale.
Così, per cercare di ricucire lo strappo, palazzo Chigi pensa ad una nuova proposta. Vale a dire cancellare il vincolo dei due anni dalla norma ma chiedendo a Bruxelles la non retroattività del principio. Una soluzione che ha una logica stringente: evitare una pioggia di ricorsi da parte di stranieri a caccia di risarcimenti (con conseguenze catastrofiche per le casse dello Stato) a causa del mancato, e illegittimo, incasso del beneficio. Questa offerta convincerà l’Europa a sotterrare l’ascia di guerra. La situazione è piuttosto incerta. È un fatto che requisiti richiesti hanno impedito a tanti cittadini, comunitari e non, di accedere ad una prestazione di sicurezza sociale, discriminando anche tutte le lavoratrici e i lavoratori il cui nucleo familiare sia residente nei Paesi esteri. E per una procedura d’infrazione arrivata allo scontro finale, marcia a pieno regime quella ambientale avviata a fine luglio contro Roma per non aver recepito correttamente la direttiva quadro sui rifiuti. Il ritardo accumulato è di ormai oltre quattro anni: il termine ultimo per allinearsi alle norme comunitarie era il 5 luglio 2020. L’Italia, nelle accuse Ue, non si è ancora conformata pienamente per esempio sulla responsabilità estesa del produttore, la garanzia di un riciclo di qualità, la raccolta differenziata e un sistema di tracciabilità. Inadempienze che la accomunano ad altri dieci Paesi (Bulgaria, Repubblica ceca, Estonia, Francia, Cipro, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo e Romania) già finiti sotto procedura.